BI24_2010/2020_IL MONDO VISTO DA BIELLA. Sandro Delmastro: “Lo ‘Schiller’ ed il Consiglio Russo per gli Affari Internazionali sulla crisi umanitaria in Afghanistan”

_Sandro Delmastro delle Vedove
In un seminario congiunto, lo Schiller Institute (SI) e il Consiglio Russo per gli Affari Internazionali (RIAC) hanno discusso come superare la crisi umanitaria che minaccia la vita di più di 23 milioni di persone in Afghanistan. Andrey Kortunov, direttore generale del RIAC, ed Helga Zepp-LaRouche, fondatrice e presidente dello SI, hanno avviato un’appassionata ed ampia discussione che si è conclusa con un consenso sul fatto che non c’è alternativa alla cooperazione tra le grandi potenze – anche se è stato espresso pessimismo sulla possibilità che ciò avvenga – e al coordinamento con i paesi della regione. Andey Kortunov ha sottolineato la difficoltà che il governo talebano incontra nel tentativo di operare una trasformazione che soddisfi gli standard occidentali, perché se lo fa, dovrà affrontare la minaccia dei gruppi più radicali.
Egli ritiene che il popolo afgano abbia dato prova di un certo grado di resistenza in una situazione estremamente difficile, anche se nessun accordo è stato raggiunto dalla comunità internazionale su un approccio comune per una piattaforma di negoziati con i talebani. La signora LaRouche ha descritto l’orribile situazione nel paese e la tragica indifferenza dell’occidente, affermando che si teme che milioni di persone non sopravviveranno, a meno che non si agisca immediatamente. L’incapacità di agire, si è chiesta, è forse dovuta ad “un intento di sabotare la capacità dei Talebani di mantenere uno stato funzionante”? HZL ha presentato la sua proposta, l’Operazione Avicenna, che si basa su 1. cooperazione internazionale nella costruzione di un moderno sistema sanitario e nell’assicurare la fornitura di cibo; e 2. una dimensione militare-strategica, basata sulla fiducia generata dalla cooperazione tra Russia, Cina, India e Stati Uniti nell’affrontare la crisi. I relatori della tavola rotonda che è seguita erano due americani e due russi.
Jim Jatras, un diplomatico e analista di lunga data, e Graham Fuller, che ha trascorso 25 anni nella CIA, ivi acquisendo una vasta esperienza negli affari dell’Asia centrale e del Medio Oriente, hanno espresso preoccupazione per gli atteggiamenti dietro le politiche degli Stati Uniti. Secondo Jatras l’amministrazione statunitense sta continuando il “Grande Gioco” del XIX secolo e non c’è “nessuna buona volontà” evidente nelle sue azioni. Fuller ha condiviso l’approccio della signora LaRouche nel battersi per una “visione più illuminata dei rapporti internazionali”, ma ha detto che questo è improbabile dato che gli Stati Uniti stanno subendo un “trauma psicologico” basato sulla loro riluttanza ad accettare il fatto che non possono più dettare il da farsi alle altre nazioni.
Temur Umarov, collaboratore del Carnegie Moscow Center, ha esaminato alcune delle complicazioni che rendono difficile una soluzione. Ha detto che, mentre Russia e Cina non hanno altra scelta che aiutare l’Afghanistan per limitare i danni che possono sorgere qualora il Paese sprofondi nel caos, anche le nazioni più piccole della regione devono svolgere un ruolo di primo piano. Ivan Safranchuk, direttore degli studi eurasiatici all’università MGIMO, ha ammesso di essere pessimista sulle soluzioni possibili, perché crede che le nazioni occidentali semplicemente abbandoneranno l’Afghanistan.

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