BI24_2010/2020_IL MONDO VISTO DA BIELLA. Sandro Delmastro: “Lo ‘Schiller Institute’, in Danimarca, discute la ricostruzione dell’Afghanistan”

_Sandro Delmastro delle Vedove
Data la grave crisi umanitaria che sta colpendo il popolo afghano e la necessità di un vero sviluppo economico dopo venti anni di guerra degli USA e della Nato, l’11 ottobre lo Schiller Institute ha tenuto in Danimarca un seminario in presenza e live stream intitolato “Afghanistan: e adesso? La pace attraverso lo sviluppo economico”. Hanno partecipato di persona Hussein Askary, coordinatore dell’Asia sud-occidentale per lo Schiller Institute, il professor Pino Arlacchi, ex relatore sull’Afghanistan per il Parlamento Europeo e Ahmad Farooq, ambasciatore del Pakistan nel Regno di Danimarca. In aggiunta, sono pervenuti messaggi dall’ambasciata cinese e da quella iraniana in Danimarca, mentre quella afghana in Norvegia ha inviato un intervento scritto. Tra gli altri ospiti internazionali, alcuni in presenza e altri in live stream, c’erano rappresentanti di Paesi dell’Asia sud-occidentale, altre regioni dell’Asia, oltre che Africa ed Europa.
Helga Zepp-LaRouche, fondatrice e presidente dello Schiller Institute, ha inviato un messaggio speciale, annunciando che giovedì 14 ottobre lo Schiller Institute avrebbe indetto manifestazioni contemporanee in diverse località per chiedere di sbloccare i fondi afgani. Hussein Askary ha descritto l’urgente crisi umanitaria che il popolo afgano sta affrontando e il potenziale di pace attraverso lo sviluppo economico che si realizzerebbe allorché venisse attuato il programma dello Schiller Institute. Un aspetto importante che ha sollevato è che se i governi occidentali continuano a congelare i beni dell’Afghanistan e a trattenere i loro aiuti per la ricostruzione del Paese, solo per dimostrare che i talebani sono incapaci di guidare la nazione, questo porterà a risultati disastrosi, dando una mano ai trafficanti di droga ed ai terroristi dell’ISIS, che vogliono cercare di dimostrare la stessa cosa. Ha invitato l’Europa e gli Stati Uniti a cooperare nell’ambito della Nuova Via della Seta per sviluppare non solo l’Afghanistan, ma tutta la regione.
Pino Arlacchi è l’ex direttore esecutivo dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (1997-2002), ex membro del Parlamento europeo e relatore sull’Afghanistan. Attualmente è docente di sociologia alla Scuola di Scienze Politiche dell’Università di Sassari. Il 5 settembre scorso, Helga Zepp-LaRouche ha proposto che Arlacchi venga nominato dalla comunità internazionale quale coordinatore degli aiuti allo sviluppo ed alla ricostruzione dell’Afghanistan. Arlacchi ha raccontato ai partecipanti come negoziò con successo l’eliminazione della produzione di oppio in Afghanistan prima del 2001, come gli Stati Uniti e il Regno Unito decisero di non continuare quella politica dopo l’inizio della guerra, che cosa si dovrebbe fare ora per eliminare la produzione di oppio e quale dovrebbe essere il ruolo dei Paesi occidentali nei confronti dell’Afghanistan. Arlacchi ha sottolineato che il ruolo dell’Occidente deve iniziare riconoscendo il nuovo governo, prendendo atto del fatto che questo ha il controllo del paese.
Se i talebani saranno trattati con rispetto come vincitori del conflitto, tutte le questioni importanti potranno essere negoziate, a cominciare da quella dei diritti delle donne. Rispondendo alla domanda di un partecipante sulle difficoltà che incontrò nel 2001 con il suo piano per sostituire le colture di oppio con colture agricole, Arlacchi ha puntato il dito contro il Regno Unito. Nel 2001, prima dell’invasione, i talebani avevano ridotto a zero la produzione di oppio, dopo aver negoziato con Arlacchi e il suo ufficio ONU. Poi, dopo l’invasione, la produzione di oppio è salita alle stelle. L’intelligence russa scoprì che c’erano depositi di oppio lungo il confine con il Tagikistan, e la cosa più semplice era che i russi li eliminassero.”Ma, naturalmente, avevamo bisogno di un mandato del Consiglio di Sicurezza. Il mandato non è mai arrivato, a causa dell’opposizione frontale degli inglesi. Il rappresentante del Regno Unito prima mi disse che pensava che non avrei dovuto nemmeno parlarne. Quando dissi loro che lavoravo per le Nazioni Unite e non per la Regina d’Inghilterra, mi risposero: “La pagherai per questo”. E infatti l’ho pagata. Il Regno Unito pose il veto al mio piano per eliminare le colture d’oppio e tutto è finito così”.

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