BI24_2010/20_IL MONDO VISTO DA BIELLA. Sandro Delmastro: “I temi sollevati dallo Schiller Institute sull’Afghanistan conquistano la ribalta”

_Sandro Delmastro delle Vedove
L’ex direttore dell’Ufficio dell’ONU sulle droghe e sul crimine Pino Arlacchi (1997-2001), recentemente protagonista di due webinar dello Schiller Institute, ha condotto un blitz sui mass media ponendo in evidenza il tema di un programma di sviluppo per favorire la pacificazione dell’Afghanistan, affiancato da un piano di sradicamento delle colture di oppio, naturalmente da attuare in collaborazione con i talebani. Gli articoli e le interviste di Arlacchi sono stati pubblicati in Italia, Spagna, Russia e Cina. Contemporaneamente, si registrano i primi articoli sulla grande stampa americana che riconoscono che il rapporto tra i talebani e il traffico di droga è di natura conflittuale. In un’intervista a Sputnik Mundo (in lingua spagnola) il 27 agosto, Arlacchi ha sollecitato un piano di sviluppo come priorità per l’Afghanistan.
“La sola via d’uscita ora è un ambizioso programma di ricostruzione basato sullo sviluppo delle risorse interne” del Paese. Un tale programma, a suo parere, non sarebbe nemmeno costoso. “Sarebbe sufficiente mantenere gli aiuti al livello attuale, sostituendo quelli militari con aiuti allo sviluppo. Se non lo facciamo immediatamente, c’è il rischio che i talebani… non dureranno a lungo al potere e il paese piomberà nuovamente nel caos totale, con conseguenze disastrose”. Tre giorni prima, Arlacchi aveva lanciato un appello al governo italiano su Il Fatto Quotidiano per promuovere la propria iniziativa sulla droga. Il 26 agosto, in un’intervista al Corriere della Sera che ha avuto un grande impatto, l’ex vicesegretario ONU ha raccomandato di offrire credito ai talebani e proposto il ritorno delle Nazioni Unite nel Paese. “Se fossi l’Europa”, ha detto, “porrei la droga al centro dell’agenda. Abbiamo 1,5 milioni di tossicodipendenti, ci conviene bloccare l’eroina afghana. Se invece fossi l’Onu mi ripresenterei sulla scena internazionale. Le Nazioni Unite ne sono uscite nel 2003 con il fiasco iracheno.
L’Afghanistan abbandonato dagli Usa potrebbe segnare il loro grande ritorno”. Nell’intervista Arlacchi racconta, con aneddoti colorati, come durante il suo mandato Onu avesse convinto i talebani a bandire la coltivazione di oppio sostituendole quasi completamente con altri raccolti. In un altro articolo per Il Fatto il 28 agosto, Arlacchi ha sollevato sospetti sull’attentato kamikaze “troppo annunciato” all’aeroporto di Kabul, dimostrando, cifre alla mano, che il terrorismo prolifera con le guerre e non il contrario. In Francia, un articolo pubblicato su Le Figaro il 27 agosto, intitolato “Come l’Occidente ha permesso che l’Afghanistan divenisse nuovamente il Paese della droga”, ha offerto una preziosa testimonianza su come nel 1999-2001 la produzione di oppio fosse stata drasticamente ridotta, per poi ripartire in grande stile sotto l’occupazione delle forze USA e britanniche.
L’autore, Bernard Frahi, è stato direttore dell’ufficio regionale dell’UNODC per Afghanistan e Pakistan durante il mandato di Arlacchi. Frahi fornisce dati, date e luoghi su come, dopo l’invasione, i comandanti USA e UK annullarono tutte le azioni dirette ad estirpare la produzione di oppio.Persino alcuni media mainstream cominciano a raccontare la verità sulla droga, i talebani e le forze di occupazione. Il Wall Street Journal, ad esempio, ha scritto il 28 agosto che “gli abitanti di alcune grandi regioni produttrici di oppio riferiscono che i leader talebani, alla ricerca di un riconoscimento internazionale dopo aver preso il potere in Afghanistan, hanno detto ai contadini di cessare la coltivazione del papavero”.E lo stesso giorno, il New York Post ha pubblicato un servizio su come i talebani fossero riusciti ad eliminare la produzione di droga, ma “quando gli Stati Uniti li estromisero dal potere nel 2001, i contadini di Helmand tornarono alle colture favorite”.

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