BI24_FLASH_IL MONDO VISTO DA BIELLA. Sandro Delmastro: “L’America Latina si sta sollevando contro il ‘Vecchio Paradigma’…”

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_Sandro Delmastro delle Vedove
I popoli di numerose nazioni latinoamericane sono scesi in piazza per rifiutare il vecchio ordine ‘neoliberista’ ed esigere riforme fondamentali per tutelare i diritti economici e sociali calpestati per anni dagli interessi finanziari di Londra e Wall Street. Dopo la rivolta contro l’FMI in Ecuador all’inizio di ottobre, a metà mese i cileni hanno dato il via a quel che è ormai diventato uno sciopero di massa per porre fine a 45 anni di brutale modello economico liberista dei “Chicago Boys”, imposto originariamente dal ‘dittatore’ Augusto Pinochet. In Bolivia, la base del Presidente Evo Morales era mobilitata per tutelare il voto delle elezioni presidenziali del 20 ottobre schierandosi contro le forze “filo-democratiche” che hanno sede nel bastione di estrema destra di Santa Cruz, che hanno sfruttato il ridotto margine della vittoria di Morales come pretesto per scatenare violenze nella capitale e altrove.
Sostengono che il suo antagonista, il liberista Carlos Mesa, sia stato vittima di brogli elettorali ed esigono le immediate dimissioni di Morales. Mesa non ha accettato il riconteggio dei voti, chiesto dall’Organizzazione degli Stati Americani ed accordato da Morales, sicuramente perché temeva il risultato. Morales accusa i “comitati civici”, organizzati da Santa Cruz ed attivati in tutto il Paese, di “tentare un colpo di stato per garantire il ritorno del neoliberismo, in modo che tornino di nuovo le politiche della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale”. Accusando gli Stati Uniti di stare dietro al
tentativo di rovesciare Morales, il segretario alla Presidenza Juan Ramón Quintana ha dichiarato a “Sputnik” che tutti questi sforzi trasformeranno la Bolivia in un “grande campo di battaglia, un moderno Vietnam” perché la base indigena e sindacale di di Morales si batterà per mantenere “l’autonomia, sovranità e identità” del Paese.
Nel frattempo i luminari del Dipartimento di Stato americano, indifferenti alla violenta repressione esercitata dal Presidente cileno Sebastián Piñera contro la popolazione, se ne sono usciti con l’idea non molto originale che ci sia la Russia dietro il caos in quella nazione. È quanto ci si aspetterebbe da un ingenuo difensore della geopolitica britannica. Ma la realtà è molto più complessa. Le proteste nazionali contro il modello economico di
Pinochet sono tali che il 30 ottobre Piñera è stato costretto ad annullare i vertici COP25 e dell’APEC (‘Asia Pacific Economic Cooperation’) previsti rispettivamente per il 2-13 dicembre e per il 16-17 novembre nella capitale, Santiago. Anche se è stata una decisione “dolorosa”, Piñera ha spiegato che non aveva scelta. Proteste e mobilitazioni di massa, alcune delle quali violente, hanno sconvolto Santiago per due settimane, interrompendo i trasporti pubblici e portando alla chiusura di esercizi commerciali, scuole ed altre attività pubbliche.
Hanno seguito l’esempio anche altre città, rendendo impossibile garantire la sicurezza di grandi conferenze internazionali. Il Presidente Piñera ha cercato di placare la rabbia dei cileni dichiarando di “comprendere” la loro frustrazione e offrendosi di dare ascolto alle rivendicazioni salariali e pensionistiche, sulla sicurezza dei posti di lavoro e sui cambiamenti alla Costituzione di Pinochet del 1980. Ma al contempo cerca di imporre il suo odiato modello dando il via libera all’esercito e alla polizia che reprimono brutalmente i manifestanti con gas lacrimogeni e idranti, e picchiandoli o macchiandosi di violenze sessuali, e arresti di massa. Il Commissario dell’ONU per i Diritti Umani, l’ex Presidente cileno Michelle Bachelet, ha inviato significativamente una delegazione a Santiago per un’indagine, che si spera ‘seria’!

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