BI24_FLASH_LAVORO E DINTORNI. Patrick Peratello, Fdi: “Lodevole l’intenzione del Governo, ma il ‘Decreto dignità’ non funzionerà…”

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_Patrick Peratello (Fratelli d’Italia)
Diversi sono i punti oggetto di discussione inerenti al dettato legislativo del Decreto Dignita’. Due punti vanno, a mio avviso, approfonditi: la lotta alla “precariato'” e il contrasto alla “delocalizzazione” perché, cosi’ come sono formulati, rischiano di essere dannosi e controproducenti rispetto agli obiettivi che si prefiggono. La prima riflessione su questi due punti, è che il dettato legislativo ha il sapore di un manifesto elettorale, senza una visione prospettica di come si stiano modificando i rapporti economici di produzione e di come questi interagiscano, e siano sempre più interconnessi, con mercati emergenti e con nuove congiunture economiche.
In merito al primo punto, il DD mira al superamento del JA attraverso la riduzione del
lavoro precario a vantaggio di quello tempo indeterminato, reintroducendo le cosiddette “causali” (tolte dal JA), diminuendo i limiti massimi di durata contrattuale e del numero di proroghe e aumentando i costi di tali proroghe. Pur riconoscendo le lodevoli intenzioni che hanno mosso il governo a preparare questo decreto, si deve constatare come queste misure introducano elementi di rigidità e di ampliamento dell’ area di contenzioso nel mercato del lavoro, riducendo l’ appetibilità dell’Italia a nuovi investimenti produttivi, soprattutto da parte di aziende estere.
A questo proposito, non si deve dimenticare che lo stesso JA,del governo Renzi, venne adottato sulla base di una missiva del 5 agosto 2011, inviata da BCE e BANKITALIA al Presidente del Governo Berlusconi, la quale prevedeva la riforma del mercato del lavoro
e del sistema di contrattazione salariale collettiva al fine di ristabilire la fiducia degli investitori nel debito pubblico italiano. Bisogna inoltre tenere conto che un simile irrigidimento del mercato del lavoro italiano sarebbe in controtendenza rispetto alle politiche di flessibilità adottate da altri Paesi membri dell’ UE e non solo, il che, di conseguenza, porterebbe gli investitori a preferire tali Paesi per i propri investimenti, a scapito dell’ economia italiana.
Se l’ attuale governo si propone di favorire il lavoro a tempo indeterminato, dovrebbe tenere presente che attualmente i contratti a tempo determinato nel 30/35 % dei
casi si trasformano in contratti a tempo indeterminato, e che un numero di contratti a tempo indeterminato inferiore a quello che ci si potrebbe aspettare in una situazione ottimale è dovuto principalmente alla situazione economica generale del Paese piuttosto che a una legislazione tendente a favorire il lavoro precario. La soluzione al problema del precariato dunque consiste non in interventi dirigistici nell’ ambito del mercato del lavoro, ma in politiche volte a rendere duratura la crescita economica del Paese.
Riguardo al secondo punto, il decreto in materia di contrasto alla delocalizzazione di aziende che hanno ricevuto aiuti di stato ,presenta una genericità impressionante su
una materia che avrebbe meritato una trattazione normativa molto più complessa.
Premesso che l’azienda che tenuto comportamenti “opportunistici” va decisamente sanzionata,cosa si deve pensare dell’azienda italiana che e’ stata costretta a delocalizzare dal suo cliente più importante (pena la perdita delle commesse)? Basta pensare ai distretti nell’Est Europeo dove alcune grandi case automobilistiche si sono stabilite e lì hanno voluto i loro fornitori. Ricordiamo,inoltre, che l’auspicata , da tutti i governi, internazionalizzazione dell’impresa italiana passa anche tramite la delocalizzazione. Per intendersi la delocalizzazione è una delle strategie di internalizzazione. Ora se hai ricevuto un aiuto di stato e la delocalizzazione è extra-ue sei soggetto ad una sanzione da 2 a 4 volte l’agevolazione ricevuta più il rimborso della stessa.
Se delocalizzi in UE, prima che siano trascorsi 5 anni dalla fine degli interventi agevolati, perdi il beneficio e lo devi restituire con una maggiorazione ,per il tempo intercorso, di 5 punti di interesse sopra il tasso di riferimento. Ovviamente con una casistica così complessa, con un mercato globalizzato, che spinge le aziende a processi di internazionalizzazione in breve tempo sta un dettato legislativo molto generico con forti sanzioni che apre la strada ad un aumento dei contenziosi ed in definitiva ad una perdita di capacità di attrazione per il nostro paese. Mi permetto di suggerire di riconoscere gli aiuti di stato esclusivamente a quelle aziende che sono soggette al nostro sistema fiscale e non alle
multinazionali che fanno affari in Italia ma che ,tramite il shifting profits o il tax ruling stipulato con alcuni paesi europei (Belgio, Lux etc) godono di un sistema fiscale molto più vantaggioso rispetto alle imprese italiane (spesso loro concorrenti). Ma questo vorrebbe dire dare dignità ad un Paese…

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