BI24_FLASH_L’ITALIA VISTA DA BIELLA. Sandro Delmastro: “Ecco il Decreto dignità: l’errore del Jobs act rischia di ripetersi…”

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_Sandro Delmastro delle Vedove
Gli ultimi dati Istat ci dicono che il ‘Jobs Act’ (ma perché non lo chiamiamo con terminologia italiana?) avrebbe raggiunto l’obiettivo prefissato. Potrebbe accadere anche al ‘Decreto dignità’ appena varato: ma è possibile che il nostro governo (non ha molta importanza di che colore politico esso sia) non riesca a legiferare come si deve? Facciamo il punto della situazione: allo scopo di rafforzare le opportunità di ingresso nel mondo del lavoro da parte di coloro che sono in cerca di occupazione, nonché di riordinare i contratti per renderli maggiormente coerenti con le attuali esigenze del contesto occupazionale e produttivo ed infine di rendere più efficiente la necessaria attività ispettiva, il ‘Jobs Act’ prevedeva che il Governo adottasse uno o più decreti legislativi, di cui uno recante un testo organico semplificato delle discipline delle tipologie contrattuali e dei rapporti di lavoro, in coerenza con la regolazione dell’Unione europea e le convenzioni internazionali.
Si prevedeva, in particolare, di operare per individuare, e analizzare, tutte le forme contrattuali esistenti al tempo, ai fini di poterne valutare l’effettiva coerenza con il tessuto occupazionale e con il contesto produttivo nazionale e internazionale anche al fine della
semplificazione, modifica o superamento di alcune tipologie contrattuali attivabili fino al 2014. Il Governo Renzi sceglieva poi, in coerenza con le indicazioni europee, di legiferare al fine di promuovere il contratto a tempo indeterminato come forma comune di contratto di lavoro rendendolo più conveniente rispetto agli altri tipi di contratto in termini di oneri diretti e indiretti (inutile dire che il progetto è andato incontro al sostanziale fallimento!).
Si escludeva, quindi, per le nuove assunzione con il “nuovo” contratto cosiddetto ‘a tempo indeterminato a tutele crescenti’ la possibilità della reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro, prevedendo solamente un indennizzo economico certo e crescente con l’anzianità di servizio, e limitando altresì il diritto alla reintegrazione ai licenziamenti nulli e discriminatori e a specifiche fattispecie di licenziamento disciplinare ingiustificato superando, di fatto, cosa rimaneva dello “storico” art. 18 dopo le modifiche della “Legge
Fornero”(L’articolo 18 ha fatto ‘epoca’ ed ha mandato… alla storia, immeritatamente, la signora Fornero).
A distanza di alcuni anni da queste riforme “storiche” quale è lo stato reale di salute del nostro mercato del lavoro? Ragioniamo sui dati certi: a maggio 2018 la stima degli occupati, almeno secondo l’Istat, registra un sensibile aumento (+0,5% rispetto ad aprile, pari a +114 mila) e il tasso di occupazione sale così al 58,8% (+0,2 punti percentuali rispetto al mese precedente). Più in generale su base annua si rafforza la crescita occupazionale: +2,0% pari +457 mila posti di lavoro. Una crescita che interessa sia gli uomini che le donne e si concentra, in maniera particolarmente significativa, tra i lavoratori a termine che registrano un +434 mila. Resta, allo stesso tempo, stabile il numero dei lavoratori a tempo indeterminato, seppure a tutele crescenti (ma il timore è che non ci sono numeri soddisfacenti).
Possiamo ormai dire oggi alla luce dei numeri della statistica che il ‘Jobs Act’ non ha assolutamente ottenuto l’ambizioso obiettivo che si poneva. È, di fatto, certamente la conferma dell’adagio per cui i posti di lavoro non si creano per decreto specialmente in un periodo, come quello che stiamo vivendo, di profonda trasformazione economica e sociale. In questo quadro si pone, con luci e ombre (forse più con ‘ombre’ che con ‘luciì’), l’annunciato ‘Decreto dignità’ del Governo Conte. Sarà certamente necessario un nuovo intervento normativo per realizzare, anche nel mercato del lavoro, il cambiamento proposto e promesso nei mesi scorsi. Lasciamo dunque ai numeri l’ardua sentenza!

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