BI24_FLASH_Il mondo visto da Biella. Sandro Delmastro: “Quante bugie contro Trump! Spaventa, il suo asse con la Russia”

_Sandro Delmastro Delle Vedove
Molti politici di rilievo hanno fatto appello al popolo americano affinché fermi il tentativo di ‘golpe’ contro il Presidente Trump, tentativo che non solo è una minaccia contro la democrazia e l’intero processo elettorale americano, ma, se non sarà fermato, potrebbe condurre alla guerra generale.
L’appello significativo del conosciutissimo uomo di cultura Lyndon LaRouche è giunto dopo l’audizione al Senato dell’ex direttore dell’FBI James Comey, accompagnata dai media dominanti scatenati a sostenere che Trump abbia commesso reati passibili di ‘impeachment’ e che abbia cercato di intralciare l’inchiesta sui presunti legami tra i suoi collaboratori e la Russia.
Ma questo è solo l’ultimo di una serie di episodi miranti ad eliminare Trump per via della sua politica di cooperazione con la Russia. Lo ha ammesso il 7 giugno l’ex direttore della National Intelligence James Clapper durante un discorso in Australia. Clapper, infatti, ha detto che l’apertura di Trump ai buoni rapporti con la Russia (la piattaforma per la quale Trump è stato eletto dal popolo americano) sarebbe di per sé contro gli interessi della sicurezza nazionale americana, ed equivarrebbe a un tradimento.
È risaputo a Washington che molto prima delle elezioni presidenziali il Presidente Obama, colluso coi britannici, la candidata Hillary Clinton, lo stesso Clapper, il capo della CIA Brennan e il capo dell’FBI Comey stavano portando gli Stati Uniti su un corso di guerra con la Russia e con la Cina, che avrebbe dovuto essere pienamente attivato dopo l’elezione della Clinton. Invece è stato eletto Trump, il quale ha mantenuto la promessa di stabilire rapporti migliori con Russia e Cina, che auspicano la cooperazione con gli Stati Uniti in grandi progetti di sviluppo in tutto il mondo.
La vera questione è questa. Comey l’ha fatto capire giovedì con la sua lunga tirata contro la Russia, da lui definita ‘nemico mortale’, rispondendo a una domanda del Senatore Joe Manchin. Ed ecco come si è sviluppato il complotto. Stando a quanto ha affermato lo stesso Comey, il 6 gennaio egli è scelto dai responsabili dell’intelligence di Obama per condurre un’operazione in stile “J. Edgar Hoover” contro Trump, utilizzando un briefing e materiale fabbricato dai servizi britannici e dall’agente della campagna della Clinton Christopher Steele.
Si tratta della classica operazione di ricatto alla Hoover, in cui la comunità di intelligence promette di non pubblicare certe informazioni se la persona in questione segue le istruzioni (in questo caso, se Trump avesse rinunciato a cooperare con la Russia). Trump non ci sta. Comey sostiene di aver preso note su quello e sui successivi incontri con il Presidente, perché pensava che Trump avrebbe mentito. Si tratta di un pretesto, perché stava già preparando il golpe.
Di fronte alla Commissione del Senato ha ammesso di aver passato quelle note a un amico perché egli le desse al New York Times per insinuare che Trump fosse colluso con i russi. Ma sotto giuramento ha aggiunto che le cose pubblicate dal quotidiano newyorchese “in genere non erano vere”. Ora, l’ex capo dell’FBI sostiene di non avere più quelle note (!!!), così non può accontentare i senatori, che hanno chiesto di vederle. Molti senatori repubblicani hanno chiesto a Comey, ripetutamente, se il Presidente gli avesse chiesto di mettere fine all’inchiesta su Flynn, e come mai non l’avesse riferito al Ministro della Giustizia, suo superiore.
Come mai ha accettato di incontrare il Presidente, dicendogli che non era sotto inchiesta, ma rifiutandosi di fare lo stesso annuncio al pubblico, per poi confabulare con gli agenti dell’FBI su quello che era stato discusso e i prossimi passi da muovere? Comey ha ammesso, durante l’audizione, di non essersi comportato in modo logico, e che l’FBI aveva deciso che le sue conversazioni col Presidente erano di “natura investigativa”; ovvero Comey, agendo come un informatore sotto copertura, non era ancora riuscito a incastrare il Presidente Trump.
A tutto ciò va aggiunto che il 7 giugno, sia il Direttore della National Intelligence Dan Coats e il capo della NSA Mike Rogers, hanno ripetutamente dichiarato ai senatori che Trump non aveva esercitato alcuna pressione su di loro per intralciare la giustizia. Speriamo in una più corretta informazione giornalistica!

I commenti sono chiusi.